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Fausto Carpani
Al Poêta e la chitâra

Il 5 settembre del ’95 mi trovavo nella pace agreste di Masonte di Gaggio Montano quando una telefonata dell’amico Zuffi mi annunciò la morte di Quinto Ferrari. Sapevo della malattia che lo costringeva da tempo in un letto d’ospedale, ma la notizia mi colse comunque impreparato. L’avevo visto qualche mese prima, nella Sala Rossa del Comune, quando gli fu consegnato il Nettuno d’Oro. Fu una bella festa ma fu, soprattutto, la maniera giusta per dirgli che nessuno lo aveva dimenticato anche se, da molto tempo, il suo pubblico non lo vedeva più. L’idea di quel riconoscimento e di quella festa, di cui Quinto andava fiero, fu di Luigi Lepri (Gigén Lîvra), suo grande amico da tanti anni.
            Alcuni mesi prima, approfittando di un suo breve soggiorno a casa dopo una lunga degenza, andai a trovarlo insieme a Gigén e a una comune amica. Era il Quinto di sempre quello che ci venne ad aprire, pieno di verve e di ironia, con la battuta pronta e felice della nostra presenza. Ma era anche consapevole di non poter più cantare e fu così che mi venne improvvisamente l’idea di inserire nel mio repertorio anche alcune sue canzoni, oltre alla Madunénna dal Båurg San Pîr che già saltuariamente eseguivo. Gliene parlai e ne fu entusiasta e così cominciai a cantare anche Piràtt al sugabått e l’Andrécca, in una versione che riscuote successo.
            In uno splendido pomeriggio di settembre son venuto a Bologna da Gaggio per l’ultimo saluto a Quinto, in Certosa. Com’è mia abitudine sono arrivato con un certo anticipo, sicuro di trovare tanta gente. Non c’era la folla che mi attendevo e la piccola chiesa del cimitero cittadino ci contenne tutti. Fu lì, durante la messa celebrata da don Libero Nanni, che mi vennero in mente i personaggi delle sue canzoni e li immaginai presenti in chiesa o fuori di essa, a salutare l’Artista che li aveva cantati.
            La sera stessa, tornato a Gaggio, cominciai a scrivere le prime strofe e pian piano è nata questa canta, che è un affettuoso omaggio all’indimenticabile amico con cui ebbi l’onore di esibirmi varie volte. E’ dedicata in particolare a sua moglie, la signora Maria, che gli ha voluto bene e lo ha assistito con infinito amore fino agli ultimi istanti.

I titoli delle canzoni citate sono i seguenti: L’Andricca, Adìo Calisto, Marî la guêrza, Al sulfanèr, Azidänt ai Mirasûl, Gigi al barbîr, Piràtt sugabått, Méll e otzantquarantôt, Ninna nanna a Claudia e la Madunénna dal Båurg San Pîr.

Al Poêta e la chitâra

Al Poêta e la chitâra
i én parté pr un gran pajàis,
i han lasè sta vècia tèra
par cantèr lassó in Bulgnàis
e cal dé dänt’r in Zartǻusa,
fra i amîgh ch’i vlèven bän,
tótt d’intåurn a la sô spåusa
ai ho vésst anc dl’étra zänt.
I êren tótt, inción manchèva,
mo ló ormâi l’é stra i Bulgnîs
che dai témp d’Adâm e d’Eva
i fan tuglièna in Paradîs.
I êren féss cómm a la fîra,
tótt dscurèven in dialàtt,
scapè fóra ed gran carîra
dal såu bèli canzunatt.
Cól sô òmen, strécca strécca,
in silänzi, môg’ e trésst,
a m’é pèrs ‘d vàdder l’Andrécca
a brazzatt col sô Calést.
In secånda fila o in térza,
vargugnåusa e da par lî,
ai êra anc Marî la guêrza
ch’la puzèva da ustarî.
L arivé zå da Padêren
con la bròza pénna ed fèr,
imprecànd al Pèdretêren
anc al zién ch’fà al sulfanèr.
Al fèva anc la sô figûra
in cravâta e sulén dûr,
tirè a lósster e in muntûra,
al maicàtt (1) di Mirasûl.
Finé in fûria una basatta
l é andè a båvver un bichîr,
pò l ha tôlt la biziclatta
e l é arivè Gigi al barbîr.
Col nès råss e un pô in ciarénna,
in scafànder e bunatt (2),
con un tóff ch’al sà ed canténna
anc Piràtt al sugabått.
Tótt strumnè in fånnd ala cîsa,  
sänper prónti a fèr casòt,
chi in grinbèl e chi in camisa
quî dl Agåsst dal Quaranòt
e par drî con la bandîra,
al pió vèc’ l arà vént ân,
con la stiòpa e in canutîra (3)
chi ragâz d Pôrta däl Lâm.
Col pensîr intänt mé andèva
a una cénna in cuzidrèla,
quand al nòn ai susurèva:
Fà la nâna Claudia Bèla”.
Pò, finé quèsi la massa,
ai ho dè un’ucè al piazèl,
sbarluciänd dal óss in fassa
e ai ho vésst quî dal Pradèl.
Elegànt, tótt in giacténna,
sänza al matarèl in man,
i atachénn la “Madunénna
a dåu våus coi Burghigiàn:
“In fånnd al Båurg San Pîr
ai êra una vôlta,
bèla cme al Paradîs, una cisénna ...”

Il Poeta e la Chitarra

Il Poeta e la chitarra
son partiti per un gran paese,
han lasciato la vecchia terra
per cantare lassù in Bolognese
e quel giorno in Certosa,
fra gli amici che gli volevan bene,
tutt’intorno alla sua sposa
ho visto anche altra gente.
C’eran tutti, nessuno mancava,
ma lui ormai è con i Bolognesi
che dai tempi d’Adamo ed Eva
fanno chiasso in Paradiso.
Erano fitti come alla fiera,
tutti parlavano dialetto,
fuggiti di gran carriera
dalle sue belle canzonette.
Col suo uomo, stretta stretta,
in silenzio, mogi e tristi,
mi è parso di veder l’Andricca
a braccetto col suo Calisto.
In seconda fila o in terza,
sola e vergognosa,
c’era anche Maria la guercia
che puzzava da osteria.
Arrivò giù da Paderno
col barroccio pieno di ferro,
imprecando il Padreterno
anche lo zio che fa il robivecchi.
Faceva la sua bella figura
in cravatta e colletto rigido,
tirato a lucido e ben vestito,
il buzzurro di via Mirasole.
Finita in fretta una basetta
è andato a bere un bicchiere,
poi ha preso la bicicletta
ed è arrivato Gigi il barbiere.
Con naso rosso e un po’ alticcio,
in tuta e bonetto,
con un puzzo che sa di cantina
anche Pieretto asciugabotti.
Tutti sparsi in fondo alla chiesa,
sempre pronti a far chiasso,
chi in grembiule e chi in camicia
quelli dell’8 Agosto 1948
e dietro a loro, con la bandiera,
il più vecchio avrà vent’anni,
con fucile e in canottiera
i ragazzi di Porta Lame.
Col pensiero intanto andavo
a una bimba in porte-enfant,
quando il nonno le sussurrava:
“Fai la nanna Claudia bella”.
Poi, a messa quasi finita,
ho dato un’occhiata al piazzale
spiando dall’uscio socchiuso
e ho visto quelli del Pratello.
Eleganti e tutti in giacca,
senza il mattarello in mano,
attaccarono la “Madonnina”
a due voci con quelli del Borgo.
“In fondo al Borgo di San Pietro
c’era una volta,
bella come il Paradiso, una chiesetta...”

Vocabolario

(1)  maicàtt  -  vocabolo intraducibile che sta per persona non particolarmente elegante che, per una determinata occasione, indossa il vestito della festa. Solitamente venivano indicate con questo termine persone del contado che venivano in città: pur con l’abito buono traspariva comunque l’origine campagnola. Oggi, naturalmente, non è più così.

(2)  bunàtt  -  berretto con piccola visiera noto anche come coppola.

(3)  in canutîra  -  l’immagine del partigiano in canottiera mi piaceva e l’ho inserita anche se con questo ho compiuto un falso storico: la battaglia di Porta Lame ebbe luogo il 7 novembre, quindi in autunno inoltrato ... Spero mi si passi questa licenza poetica, adottata per affetto e riconoscenza verso i nostri valorosi combattenti per la libertà.

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