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Fausto Carpani
Biziclatta

Divenuta, visti i prezzi di certe mountain byke, quasi uno status symbol, la canzone vuole essere un omaggio all’umile mezzo di locomozione che ha servito e serve tanta gente. Dalle mondine, che in lunghe file vocianti e variopinte percorrevano gli argini delle risaie per recarsi al loro duro lavoro, ai leggendari scariolanti che come un popolo di laboriose formiche hanno bonificato e arginato le terre e gli inquieti fiumi della bassa. E poi ancora operai e braccianti agricoli che negli scontri con la Celere (gli anni bui di Scelba) non di rado si vedevano vigliaccamente distruggere l’unico mezzo per recarsi al lavoro, che spesso era lontano da casa.
Per i ragazzi del popolo la bici era un sogno quasi irraggiungibile. Ci si accontentava allora di usare quella del babbo, mettendoci di traverso sotto al cannone, in attesa che il naturale scorrere del tempo ci permettesse, finalmente, di sedere sulla sella. Chi scrive, a undici anni si comprò una bici dopo aver risparmiato per un anno e mezzo, vendendo al solfanaio tutto ciò che di metallico gli capitava a tiro (bidoni e bidoni di chiodi estratti dai carpentieri che smontavano le impalcature del costruendo Ospedale Maggiore e pazientemente raccolti nei giorni di festa utilizzando una calamita legata a un pezzo di spago ...). Come si trasformava una bici in una moto ? Semplice: una cartolina piegata in due e fissata alla forcella anteriore con un ciapetto, facendo in modo che si insinuasse tra i raggi. A seconda della velocità della ruota si otteneva un rumore che ricordava quello di una moto. Un aneddoto raccontatomi da Ruggero Passarini: la diffusione della bicicletta era un tempo tanto capillare che una sera, nella balera all’aperto che esisteva fino a non molti anni fa in via del Sostegno, l’addetto al deposito esaurì tutte le medaglie che aveva a disposizione. Per i più giovani val la pena spiegare che quando si lasciava una bici in deposito, l’addetto fissava sulla stessa una medaglietta numerata e ne dava una uguale al proprietario che l’avrebbe poi esibita al momento del ritiro. Questo per evitare che qualcuno se ne andasse con una bicicletta non sua ... Gli scariolanti furono i protagonisti di una vera e propria epopea: con il loro durissimo lavoro hanno reso fertile e sicura la nostra terra. La citazione della canta che parla di loro era doverosa.

Biziclatta

Ai ò qué pr äl man na vècia fòto fâta ai Prè ed Cavrèra,
una móccia ed zänt in siòper, òmn e dòn a sêdr in tèra.
I én tótt quant lavuradûr, ch’i ciacâren in ruglàtt,
pôc luntàn, lighè int un ròz, un sparvêrs ed biziclàtt.
Däntr int l’âcua a mèza ganba, con la vétta pighè in tèra,
con äl béss ch’i i fan äl ghéttel, i én cäl dòn ala risèra.
Drî da låur in luntananza, dóvv al såul al và a durmîr,
biziclàtt i én lé ch’i aspèten ch’i finéssn al lavurîr.
Ai ò in mänt na vècia canta sänper bèla da cantèr,
l é l arcôrd di scariulànt quand i andèvn a lavurèr:
tótt in fîla in biziclatta, la cariôla lighè drî,
par sgubèr da bûr a bûr int al sói fén ai cavî.
Biziclatta, biziclatta, fuorisêrie di puvrétt,
con la naiv o la calûra bisugnèva tirèr drétt,
såura äl spâl la caparèla, col pensîr a chi pinén,
biziclatta sfrunblè in tèra, fâta a pîz dai questurén.
A m arcôrd un cínno mègher ed travêrs såtta al canån,
só una biziclatta naigra ch’al smincèva cómm un siån,
al pinsèva a cla Legnano che par ló l’êra un tesôr
drî dal vaider dla vedrénna lósstra e zâla come l ôr.
Vècia unèsta biziclatta, t tirèv d lóng par la tô strè
con i zîrc’ un pô ed sgalémmber, con i copertón arpzè.
Un ciapàtt, na cartulénna int i râz par fèr casén,
pr insugnèrs d andèr a bâla só la sèla d un Murén.
Sâbet sîra ala balêra, såtta äl strèl int al Sustgnén,
una móccia ed zänt l’arîva par balèr con Pasarén,
ai é un sfurmiglèr ed bîci, an i é inción ch’véggna in tranvâi,
al depòsit l é conplêt: i an dè vî tarsänt amdâi.
Biziclatta nôva ed tränca o patêtic ravaldån
come qualli abandunè int la piâza dla staziån,
tótti ardótti a di fantèsma, pôvri vèci biziclàtt:
i an lasè såul una rôda lighè a un pèl con un lucàtt.

A mezzanotte in punto si sente un gran rumor
sono gli scarriolanti lari lerà che vanno a lavorar...

 

Bicicletta

Ho per le mani una vecchia foto fatta ai Prati di Caprara,
una folla di gente in festa, uomini e donne seduti in terra.
Son tutti lavoratori che chiacchierano in crocchio,
poco lontano, legate insieme, tante biciclette.
Nell’acqua a mezza gamba con la schiena piegata a terra,
con le biscie che fanno il solletico, son le donne alla risaia.
Dietro a loro, in lontananza, dove il sole va a dormire,
le biciclette aspettano che finisca il lavoro.
Ho in mente una vecchia canta sempre bella da cantare:
è il ricordo degli scariolanti quando andavano a lavorare.
Tutti in fila in bicicletta, la carriola legata dietro,
per sgobbare dall’alba al tramonto nel fango fino ai capelli.
Bicicletta, bicicletta, fuoriserie dei poveri,
con la neve o la calura bisognava tirar dritto.
Sulle spalle il mantello, il pensiero ai figli,
bicicletta gettata a terra, fatta a pezzi dai questurini.
Ricordo un bimbo magro di traverso sotto alla canna
su una bicicletta nera che correva come un fulmine.
Pensava a quella Legnano che per lui era un tesoro,
dietro a una vetrina, lucida e gialla come l’oro.
Vecchia, onesta bicicletta, tiravi dritto per la tua strada,
con i cerchioni piegati e i copertoni rattoppati.
Una molletta e una cartolina tra i raggi per far rumore,
per sognare di correre sulla sella di un Morini.
Sabato sera alla balera, sotto alle stelle al Sostegnino,
arriva tanta gente per ballare con Passarini.
C’è un brulichìo di bici, nessuno viene in tram,
il deposito è completo: han distribuito 300 medaglie.
Bicicletta nuova di trinca o patetico rottame
come quelle abbandonate nella piazza della stazione,
tutte ridotte a fantasmi, povere vecchie biciclette:
han lasciato solo una ruota legata a un palo con un lucchetto.

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