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Fausto Carpani
L’inserenčta dal bióic

Trovare motivazioni culturali che giustifichino la composizione di questa bislacca serenata è quanto mai arduo. Proviamo lo stesso: il nostro dialetto, come tutti i dialetti, si presta ad essere italianizzato e il risultato è sempre esilarante.
Non è raro trovare persone che, avvezze a parlarlo abitualmente, vengono a trovarsi in seria difficoltà con la lingua italiana.
Un esempio udito dal vivo: “Passa ben di quato che di lato c’è il paciòco!” (Passa di qua che di là c’è del fango ...)
Nel teatro dei burattini sono famose le cantonate linguistiche di Sganapino e Sandrone, ma i campioni di tal genere restano él sgnèr Piréin di Antonio Fiacchi e l’inneffabile Donna Tuda del Ragno, lavandaia arricchita, nata dalla penna del bravissimo Cesare Pezzoli (autore, tra l’altro, del celeberrimo Fatâz di zardén Margarétta).
Anch’io ho voluto cementarmi con questo genere non facile, vagamente ispirandomi alla Inserenèta ed Fasulén di Oreste Trebbi.

L’inserenèta dal bióic

Guèrda che strâz ed lónna ch’ai é int al zîl,
senti che olezzo ed fiûr ch’vén só dal purzîl,
scåulta in mèz ala spâgna al cunzêrt di gréll
guèrdum däntr int la båcca s’ai ò äl tunséll...
Maggio! Fioriscon i âlber dla maila gdåggna,
e såura al tarfói ai våula una quèlc panpåggna,
stramèz i râm ed fiòpa, lóng däl cavdâgn
in mèz al fói sbarlòcen dû barbazâgn.
Tremule come strelle ci son le lucciole,
in mèz al’insalata ci son le chiocciole,
ai é un cagnâz catîv, pròpi là in mèz al’èra:
a t fâg l’inserenèta dal’aldamèra...

Vieni ala fnèstra, Argía, che ti voglio vedere,
prillati di sgiangóni che mi sembri Venere,
mettiti di sbalèrzo e stà fairma acsé:
t am pèr una Volkswagen tótta inzuchè;
méttiti la pirucca color del pónndigo,
trucca il tuo bel mustazzo in un specchio concavo,
ciâpa d int la cardänz un bèl pèz ed pan,
fâm un ventzénc par tränta con dal salâm;
sfilzati con pasione la tua patàgliola,
sali giú dalla camera bella bambola,
òcio ai pirû dla schèla, i én tótt pén ed tarû,
tîret drî na fiamänga d mnèstra ed fasû...

Vedo nell’aria un vago rumor di sfrappole,
ai ò una fâm ch’am pèr d avair le traveggole!
Sono le tue ganassie che mi stupiscono,
sei tu che biassi mentre le mie languiscono;
dentro nel masnaduro c’è già la canapa,
mi son fatto tuletta nell’acqua putrida,
mi son stopato i bûs int i sgarlatón
e col fîl d fèr a m sån cusé tótt i ptón;
odi questa romanza che vien dal’intimo,
i én i fasû che prillano nello stomaco,
a m sån inpalughè, sänza un guzén ed vén:
ai ò la puîgla in vatta cómm äl galén...

Vieni qui, Argía, nel buro di sotto il pòrdigo,
andän däntr int la stâla dov’è piú tévido,
stà aténti ale bovazze, pâsa par d lé,
dmaténna a spâz vî incôsa con la granè;
stammi tacata, òcio che qui si sblísiga,
brîsa tuchèr al tòr che se nå si mòrsica,
sfilzati le galossie par girèr méi,
guèrda ec disâster t è i pî tótt pén ed sói;
senti che odor di figna, senti che pàlpiti,
mi stioppano le sfioppole sotto i gomiti,
sfiubbati la panzîra, sfîlzet la canutîra:
ohi, che scadore amarsi in vatta ai balén!

L’inserenèta dal bióic

Guarda che straccio di luna c’è nel cielo,
senti che olezzo di fiori sale dal porcile,
ascolta in mezzo all’erba medica il concerto dei grilli,
guardami in bocca se ho le tonsille ...
Maggio ! Fioriscono gli alberi di mela cotogna,
sopra il trifoglio volano le pampogne (1)
in mezzo ai rami dei pioppi lungo i sentieri,
tra le foglie occhieggiano due barbagianni. (2)
Tremule come stesse ci son le lucciole,
in mezzo all’insalata ci son le chiocciole,
c’è un cane cattivo in mezzo all’aia:
ti faccio una serenata dal letamaio ...

Vieni alla finestra, Argia, che ti voglio vedere,
girati di fianco che mi sembri Venere,
mettiti di traverso e stai ferma così:
mi sembri una Volkswagen tutta ammaccata;
indossa la parrucca colore del topo,
trucca il tuo viso in uno specchio concavo,
prendi dalla madia un pezzo di pane
e fammi un “25x30” con il salame; (3)
sfilati con passione la tua camiciuola,
Sali giù dalla tua camera bella bambola,
attenta ai gradini della scala che sono tarlati,
porta teco una terrina di minestra di fagioli.

Vedo nell’aria un vago rumor di sfrappole,
ho una fame che mi sembra di avere le traveggole !
Sono le tue mandibole che mi stupiscono,
le tue masticano mentre le mie languono;
nel macero hanno già messo la canapa
e ne ho approfittato per detergermi nell’acqua putrida (4)
poi ho rammendato i calzini nei talloni
e col fil di ferro mi sono cucito tutti i bottoni;
odi questa romanza che vien dall’intimo,
sono i fagioli che si rigirano nello stomaco,
mi sono ingozzato senza poter bere un goccio di vino:
ho la “pipita” in bocca come le galline ... (5)

Vieni qui, Argia, nel buio sotto al portico,
andiamo nella stalla dov’è più tiepido,
stai attenta agli escrementi bovini, passa di là,
domattina pulisco tutto con la scopa;
stammi vicina, attenta a non scivolare,
non toccare il toro che potrebbe morderci,
togliti le galoscie per camminare meglio,
guarda che disastro, hai i piedi coperti di fango;
senti che odor di fieno, senti che palpiti,
mi si aprono le vesciche sotto ai gomiti,
slacciati la panciera, sfilati la canottiera:
ohi, che prurito amarsi sui covoni di grano ...

Vocabolario

(1)            Le pampogne (nome scientifico melolontha vulgaris) apparivano all’inizio dell’estate, nell’aspetto simili a grosse coccinelle color bruno dorato. Volavano basse sui prati ed era facilissimo catturarle per poi sentirle ronzare tra le mani. Forse anche loro vittime dei pesticidi, sono anni che non ne vedo più.

(2)         Una curiosità: vi siete mai chiesti perchè il barbagianni si chiama così? Nell’italiano popolare di qualche secolo fa “Barba” stava per “zio” e Barba Gianni è quindi lo zio Gianni. Tale nome fu messo al rapace come segno di riconoscenza per la sua caccia notturna ai topi che infestavano le case ma soprattutto i granai. Considerato per questa sua attività uno di famiglia, ecco che è diventato lo “zio Gianni”.

(3)         Una pagnotta di 25 x 30 centimetri e per giunta ripiena di salame pare adatta a soddisfare un appetito gagliardo come può essere quello di un bióic.

(4)         Quando la canapa veniva immersa nell’acqua dei maceri, la decomposizione delle fibre vegetali imputridiva l’acqua spandendo intorno un odore tutt’altro che gradevole. Nella medicina popolare le abluzioni in quest’acqua servivano (con un certo successo) a guarire le malattie della pelle, tipo eczemi, pustole, ecc...

(5)         Dal vocabolario Bolognese – Italiano di C. Coronedi Berti:
“Puigula = Pipita, malore che viene ai polli ed è una pellicina bianca che gli nasce sulla punta della lingua, impedendogli di cibarsi”.

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